Imprese sbagliate

Imprese sbagliate

Professionista vs. imprenditore In un certo immaginario, l’imprenditore è un soggetto con pochi scrupoli e molto coraggio; uno che rischia: quasi uno Shackleton dei mercati capitalistici. Forse un piccolo genio con un’intuizione. Oppure un’opportunista con il pelo sullo stomaco. Un’attività che nessuno ti insegna a svolgere: non bisogna mica prendere una laurea per aprire un’impresa…

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Professionista vs. imprenditore

In un certo immaginario, l’imprenditore è un soggetto con pochi scrupoli e molto coraggio; uno che rischia: quasi uno Shackleton dei mercati capitalistici. Forse un piccolo genio con un’intuizione. Oppure un’opportunista con il pelo sullo stomaco. Un’attività che nessuno ti insegna a svolgere: non bisogna mica prendere una laurea per aprire un’impresa che ti costringere a vivere perennemente su una tavola in un mare che non potrebbe, per definizione surfistica, essere calmo.

Per chi non ama tutto questo trambusto esistenziale, una laurea dischiude(va) orizzonti decisamente più placidi.

Tuttavia quello del professionsita che non rischia, mi pare un classico mito post-modernista. Ti prendi una laurea, affitti uno studio (quando non hai quello di famiglia) magari parzialmente, metti fuori una targa e prima o poi qualcuno arriverà.

Il tuo valore aggiunto (“tranquillo”) starebbe nella laurea e nell’abilitazione: due cose che i tuoi clienti non hanno. Il tuo marketing è un insieme disomogeneo che ti obbliga a rivolgerti ad un professionsita per un motivo, e ad uno diverso per un altro…

E per un po’ di decenni funziona.

Poi, siccome nulla dura per sempre, il giocattolo si rompe, o si consuma, si disintegra, invecchia, o arrugginisce. Ma non tutti se ne avvedono e, ancora meno lo accettano. Così i ragazzi continuano ad iscriversi all’università pensando che il mondo giri ancora come girava negli anni ‘80 , o come si è pensato per tutto il novecento in realtà. Anzi, alcuni mindset sono ancora più risalenti, se è vero che la prima università italiana è nata nel 1088.

Sto andando troppo lontano, vero?

Ok torniamo nel presente: il viaggio all’indietro mi serviva solo per mettere nella tua ram mentale il rischio concreto di pensieri retrotopici. Non mi serve discutere della reale utilità del prendere la laurea, quanto invitarti a riflettere sul fatto che oggi è solo un mattoncino usato come architrave di un edificio che non è più tanto solido, giacché costruito su un terreno instabile.

Morale della favola: anche i professionisti rischiano.

Si può imparare a rischiare?

Da un po’ ho imparato che alcuni artisti, per via della loro intrinseca sensibilità percettiva e mentale, vedono mondi che le persone “normali” non vedono: i più bravi ci creano poi sopra delle sintesi bellissime. Certe canzoni contengono piccoli capolavori di didattica e di saggezza, facili da comprendere, ricordare ed usare.

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti.

(Paolo Conte, “Boogie”)

Punto, game, set, partita.

In questi versi sta il succo del discorso. Quello che non trovi nel manuale di diritto privato, in nessun codice e in nessuna sentenza (per rimanere in ambito giuridico).

Come si fa a sbagliare da professionisti? Anzi – ancora prima – che significa? Che forse si può sbagliare anche da dilettanti?

Esattamente (secondo me…).

Aprire e chiudere troppo in fretta

Sarà capitato anche a te di vedere aprire nella tua città negozi che chiudono dopo pochi mesi (non anni).

Dici che è “normale”?

Forse si, ma non significa che sia da replicare o da accettare.

Si tratta spesso di attività avviate così “alla buona” sulla scorta di qualche intuizione, sotto i fumi dopaminici di questo o quel “consiglio” di questo o quel “cugggino” o, peggio ancora, di quell’imbonitore in video o delle favole raccontate da questo o quel (bravissimo) venditore di questo o quel franchising (scusate la generalizzazione impropria e scorretta, sto solo estremizzando).

Ma un piccolo business plan, no? No, perché non sai cos’è, né come si fa.

Da un estremo, all’altro: oggi, in alcuni lidi, è un fiorire di scuole per start-up.

Mettere i cerotti

Se hai fatto la professione forense negli anni ‘90, ricorderai i colleghi (o tu stessə) che mettevano i cerotti ad imprese mezze decotte, prolungandone l’agonia: rinnovi di cambiali, assegni post-datati, preghiere all’ufficiale giudiziario per allungare l’asporto o per pignorare attrezzi non strategici, udienze pre-fallimentari in cui si facevano transazioni dell’ultim’ora.

Non esisteva il codice della crisi, né il 2086 c.c. E nemmeno la cultura dell’impresa sana.

Traguardare il futuro

Ecco cosa devono imparare a fare i professionisti, per il loro bene e per il bene dei loro clienti.

E non sanno farlo. Temo. Almeno alcuni.

Ieri ho partecipato ad uno dei tanti webinar “strani” che vedo in giro e che seguo per mie finalità esplorative; perché i miei clienti e i miei lettori non lo fanno.

Si parlava di Business Angel, ma ho sentito parlare di robe diverse rispetto a quanto esposto nella locandina di presentazione, con un linguaggio volutamente e marcatamente gergale, con toni da guru (“ho visto cose che voi umani…”): ho imparato davvero poco: forse 2 o 3 parole o concetti.

La prossima volta andrà meglio.


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